Il nitore sfuggente delle Città Invisibili

A parte la cornice che lega insieme l’opera, ci troviamo di fronte ad un libro di descrizioni. Parole che descrivono oggetti, ambienti, manufatti. Con la chiarezza e l’esattezza della grande tecnica comunicativa di Italo Calvino.
Qui l’autore evidentemente si diverte ad evocare saperi diversi dal suo, a pronunciare almeno una volta parole insolite e tecniche (noria!!)

Ci divertiamo anche noi con lui?  O avvertiamo invece una freddezza, un qualcosa che non ci prende e che anzi ci sfugge?
Da dove ci arriva questa sensazione di scrittura enigmatica in mezzo a tutta questa esattezza?
Perché ci sembra di essere di fronte a un indovinello, di fronte ad una sfinge?
Perché ci pare che le cose non siano quello che sembrano?
Come mai questi resoconti di viaggio in fondo si somigliano tutti e non ci danno alcuna voglia di partire?
Le città sono invisibili perché fatte solo di parole o sono indicibili perché elusive?

Apparentemente parliamo di città, ma in realtà stiamo parlando d’altro.

Ogni città ha un suo doppio, sopra, sotto o accanto alla città; forse più vero, più rilevante, più duraturo della città stessa. A volte una palla di vetro, a volte l’intarsio di un tappeto, a volte una cartolina, una falda acquifera, un cimitero, uno specchio catacombale.

Una rondine è un topo che vola.

In questo libro non ci sono tante idee di città.
Questo libro è piuttosto la città delle idee; un catalogo di idee.

Ogni volta che l’autore coagula un pensiero, un ragionamento, un problema, dopo esserselo tenuto dentro per un po’, ce lo presenta in questo libro sotto forma di una descrizione di città o sotto forma di apologo.

E’ un ludus. Un gioco per persone grandi. Un gioco serio. Non spensierato.

Una scacchiera piallata a 64 caselle bianche e nere ha milioni di combinazioni, è vero, ma non mi fa pensare a un mare aperto.

Ritroviamo le preoccupazioni ricorrenti di Calvino: la sua sfiducia nella capacità delle parole di comunicare veramente l’essenza delle cose e dei sentimenti, come accade negli “Amori difficili”. I gesti, e poi infine il silenzio, tra Marco Polo e Kublai sono più affidabili delle parole e dunque sono da preferire ad esse.

Ognuno poi sa leggere solo il suo pentagramma. Il cittadino sa leggere il sistema di segni della città, il pastore sa vedere il tracciato dei tratturi nei campi e nei boschi.
Ma ciascuno di loro è perso fuori dal suo sistema, incapace di una lettura utile al di fuori del suo sapere.

Troviamo la fatica immane dell’autore di orientarsi nel caleidoscopio del frammentario, del molteplice, del sempre mutevole.
Troviamo la sua e la nostra delusione di arrivare a capire, a sentire davvero le cose, quando ormai siamo diventati diversi, quando non siamo più gli stessi.
Troviamo la difficoltà di riuscire a leggere la linea dell’arco al di là di ciascuna singola pietra che lo compone.

Nel libro c’è anche la città di Dio?
Non lo sappiamo, ma invece è certo che ci sia l’inferno.
Per l’uso di quest’ultimo, Italo Calvino ci fornisce le istruzioni; con l’impegno programmatico a sopravvivere grazie agli sforzi certosini di una volontà intelligente e responsabile. La sua.

Luca


Alcuni contributi della serata “Le Città Invisibili” di Calvino:

Il sito del progetto “Letteratura e visualizzazione“: http://atlantecalvino.unige.ch/

Un commento

  1. Grazie, Luca. Alle tue domande ho una sola risposta: il libro è stato uno spazio onirico in cui perdermi e ritrovarmi, uscire e rientrare, sognare e viaggiare. Il luogo dove specchiare l’inconscio, riflettere, scoprire emozioni ogni volta diverse.
    Per me rimane un grande libro; una palestra dove esercitarsi con l’irrazionale. Un immenso mare aperto.
    Andrea

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: