Nell’eterno carnevale del Brasile di Amado anche la cucina di dona Flor, pudica e sensuale, è traboccante di vita.
“Perché si deve sempre aver bisogno di due amori, perché uno non basta a riempire il cuore?”.
Dai mari di un altro Sud, mia madre mi risponde:
˂˂Il peccato di gola non sfiora dona Flor. Il suo rapporto col cibo non è la crapula e il pensiero fisso e l’ingordigia che nell’inferno dantesco viene punito con l’immersione e l’ingozzamento nella broda di fango.
Per dona Flor la cucina è vita come è giusto che sia. Con i modesti proventi dell’arte si mantiene in vita, con l’allegria che promana dalle forme e dai colori dei suoi dolci, con i profumi e gli aromi di un mondo speziato che non può che essere al Sud, al sole e al caldo, la donna è la vedova che si consola e riempie il suo vuoto d’amore sensuale e profondo, come la natura sa dettare, quando le si abbandoni senza sofisticherie di pensiero.
La dolcezza del palato favorisce il sogno e con esso la magia: due vite parallele sono così possibili e la vita è benedetta. “Questa” gola… “nun è peccato” >>.
E se lo dice la mamma…

