Parigi accoglie i suoi artisti,
dalla canzone Blue Tango di Paolo Conte
pittori, mimi, musicisti,
offrendo a tutti quel che beve,
quel fiume suo pieno di neve
e l’illusione di capire
con l’arte il vivere, il morire
e le emozioni a fior di pelle
delle sue donne ancora molto belle

Il mito di Parigi si costruisce nella seconda metà del XIX secolo.
Per motivi di ordine pubblico la città medievale viene sventrata, attraversata da grandi boulevards anti-barricate, ricostruita con lustro e splendore e mostrata come nuova meraviglia agli stranieri in visita per le esposizioni universali del 1889 (centenario della Rivoluzione) e del 1900.
Tour Eiffel, Grand Palais, Petit Palais, Opera Garnier, Gare d’Orsay, Gare de Lyon, linea 1 del metro, grandi magazzini delle Galeries Lafayettes e della Samaritaine contribuiscono alla fama della città insieme all’Opéra Comique e a una pletora di piccoli templi del teatro leggero e brillante, de Poche, da boulevard, vaudeville, Variété, Guignol e Grand Guignol, café-concert, Moulin Rouge, Folies bergère, can-can, bal musette, Bal Bullier, luoghi di divertimenti più o meno sfrenati.
Parigi guadagna subito lo status di capitale europea del piacere. Per queste sue attrattive spettacolari certo, ma anche per la presenza di un’industria del sesso fatta di decine di migliaia di operatrici regolarizzate nelle case chiuse, les maisons descritte da Zola e Maupassant, e di quelle irregolari, passeggiatrici dei boulevards, strette tra fame, sfruttamento e sifilide (vedi Bubu di Montparnasse di Charles-Louis Philippe, con le incisioni di Frans Masereel, Edizioni In transito 2024).
Nel demi-monde che si muove intorno agli spettacoli di divertimento c’è anche la comunità dei pittori e degli scultori, pronti ad assoldare ballerine e donne di strada come modelle. Il mito si alimenta grazie alla continua migrazione di artisti provenienti da tutta Europa per i quali Parigi è ormai diventata un centro di attrazione e una tappa di formazione imprenscindibile (vedi Picasso di Roland Penrose, PBE Einaudi e Le avanguardie artistiche del Novecento di Mario De Micheli, Feltrinelli).
Sono tanti i pittori e gli scultori che arrivano dall’Italia (Boldini, De Nittis, De Pisis, Severini, Modigliani, Giacometti, Savinio, De Chirico, Alberto Martini etc.), dalla Russia pre-rivoluzione (Zadkine, Chagall, Natalia Gončarova, Marie Vassilieff, Sonja Delauney etc), dalla Spagna (Pablo Picasso, Juan Gris etc.).
Lo scultore rumeno Brancusi arriva a piedi (!!) nella Ville Lumière partendo da Monaco di Baviera.
Grazie ai mercanti d’arte, alle mostre nel Salon des Indépendents, alle stagioni dei Balletti russi e dei Balletti svedesi, si costituisce a Parigi una bohème internazionale degli artisti in cui talenti, mezzi espressivi, lingue, culture ed esigue risorse finanziarie vengono messe in comune. Gli artisti internazionali attratti sono anche attori, coreografi, danzatori, ballerine, scenografi, costumisti, poeti, scrittori, compositori, musicisti.
Per alcuni di questi Parigi risulterà anche l’ultima dimora e impreziosiranno così anche i suoi cimiteri: Chopin, Rossini, Turgenev, Vallotton, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Ionesco, Tristan Tzara, Emil Cioran, Paul Celan, Costantin Brancusi, Blaise Cendrars, Modigliani, Sonia Delauney, Ossip Zadkine, Natal’ja Gončarova, Josef Sima, František Kupka, Man Ray, Ernst Weiss, Joseph Roth. (vedi La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth, In transito 2023 con illustrazioni di Frans Masereel).
Alcuni poeti di questa bohème svolgono più di altri un ruolo guida: Guillaume Apollinaire, anche lui straniero in Francia (era nato a Roma da madre polacca). Seguendo Apollinaire (e Picasso) intorno agli anni Dieci una parte della comunità degli artisti si sposta dal quartiere di Montmartre e va ad abitare in quello, allora periferico, di Montparnasse. Seguendo loro due, molti artisti si mettono a “collezionare” arte primitiva servendosi direttamente nei musei (a rischio di finire in prigione). Apollinaire è stato centrale nel panorama delle avanguardie di inizio secolo, soprattutto nella difesa del cubismo, nella promozione dei nuovi linguaggi espressivi e nella sovrapposizione di teatro, pittura e poesia (vedi i seguenti testi di Apollinaire: Il bestiario, con illustrazioni di Raoul Dufy, Damocle Edizioni 2019; L’enchanteur pourrissant con incisioni di André Derain, edizione a cura di Daniel-Henry Kahnweiler; Le mammelle di Tiresia, Teatro Einaudi 1980; Pasmo/Zona, traduzione di Giorgio Caproni, In transito 2025; Il Passante di Praga e altri racconti, In transito 2025; questi ultimi due titoli sono illustrati con le incisioni espressioniste di Josef Čapek).
Dopo la sua morte avvenuta nel novembre 1918 poco prima dell’armistizio e così vivacemente raccontata da Savinio (vedi Narrate, uomini, la vostra storia, di Alberto Savinio, Adelphi 1984), le intuizioni di Apollinaire verranno sviluppate dalle avanguardie Dada di Francis Picabia e Tristan Tzara e dal surrealismo di André Breton. Inoltre, grazie ai fratelli Josef e Karel Čapek, le idee di Apollinaire influenzeranno fortemente i movimenti letterari praghesi del poetismo e dell’orfismo, i quadri dei pittori boemi, nonché gli spettacoli d’avanguardia del Teatro Liberato di Praga.
Silenzioso, schivo, ma sempre presente nelle feste e nei salotti parigini che contano, il compositore Francis Poulenc ha fatto in tempo a incontrare Apollinaire, per diventare poi amico personale di Paul Eluard, Jean Cocteau, Raymond Radiguet, Louis Aragon, Max Jacob, Marie Laurencin, Adrienne Monnier, Colette e Louise de Vilmorin, insomma il meglio della poesia francese del ‘900, mettendo in musica con amore e con sapienza i loro testi (vedi Diario delle mie mélodies, di Francis Poulenc, In transito 2023).
